Una rete sanitaria che funziona sulla carta ma di cui nessuno sa chi coordina cosa: questa è la realtà di molti percorsi di cura in Francia. Il problema non è l’assenza di strutture, ma la loro leggibilità per il paziente e per i professionisti di primo livello.
Coordinazione invisibile: quando la rete sanitaria esiste senza essere raggiungibile
Una CPTS iscritta su un territorio non garantisce che i suoi servizi siano accessibili a tutti i pazienti del bacino. Il divario tra l’esistenza amministrativa di un dispositivo e la sua disponibilità reale costituisce il primo punto di attrito del percorso.
Nella regione del Haut-Bocage, un resoconto di esperienza pubblicato a settembre 2026 descrive un centro di cure non programmate, una lista d’attesa per ottenere un medico di base e un sportello sanitario. L’attesa telefonica al 116-117 è però citata come un freno persistente. Il dispositivo esiste, ma il paziente si imbatte nel canale di accesso prima ancora di entrare nel percorso.
Non è un caso isolato. L’articolazione tra CPTS e case della salute pluriprofessionali può diventare una questione di funzionamento a sé stante. Quando due strutture si sovrappongono senza un protocollo chiaro di ripartizione, il medico di base stesso a volte ignora a chi indirizzare una richiesta di supporto. La rete sanitaria performante si distingue allora per un criterio semplice: la capacità di identificare in meno di pochi minuti chi fa cosa per un dato paziente.
Professionisti della salute documentano questi sforzi di coordinazione, e piattaforme come le-reseau-sante.fr strutturano l’informazione per rendere identificabili gli attori di un territorio da parte dei pazienti e dei caregiver.
Funzioni di supporto territoriale: ciò che i team di cure primarie non possono fare da soli

La HAS definisce le funzioni di supporto come l’insieme delle attività necessarie all’organizzazione dei percorsi ma che non possono essere direttamente svolte dai professionisti delle cure primarie. Tre situazioni giustificano questo ricorso:
- Il numero attivo di un ambulatorio è troppo basso per mutualizzare alcune risorse a livello della sua sola clientela, il che impone un’organizzazione su scala territoriale
- Il paziente ha bisogno di competenze tecniche, sociali o di accompagnamento che il medico di base non possiede (educazione terapeutica, aiuto nella navigazione nel sistema)
- I professionisti non dispongono, nella loro attuale organizzazione, dei mezzi per realizzare queste prestazioni (segreteria di coordinamento, follow-up post-ospedalizzazione)
Il supporto territoriale non è un lusso organizzativo, è una condizione di funzionamento del percorso per i pazienti affetti da malattie croniche. Ci rendiamo conto che queste funzioni rimangono sottoutilizzate quando non sono associate a un trasferimento di know-how verso i team di primo livello. L’obiettivo non è creare un ulteriore strato amministrativo, ma permettere nel tempo ai team di salute primaria di realizzare autonomamente tutto o parte di queste prestazioni.
Un supporto occasionale al follow-up (valutazione multidimensionale, piano personalizzato di salute) è diverso da un’assistenza al percorso nel tempo. Confondere i due comporta mobilitare risorse pesanti per bisogni leggeri, o lasciare senza accompagnamento situazioni complesse.
Differenziare aiuto occasionale e assistenza al percorso
La valutazione iniziale di un paziente, realizzata una sola volta per orientare la presa in carico, rientra nell’aiuto occasionale. Può essere avviata dal medico di base senza impegnare un follow-up continuo.
L’assistenza al percorso implica un interlocutore identificato nel tempo, capace di reagire quando si verifica una rottura: ospedalizzazione non programmata, perdita del medico di base, cambiamento della situazione sociale. È questa funzione che manca nella maggior parte dei percorsi frammentati.
Il mio spazio salute e controllo dei dati: un leva di coordinazione sottoutilizzata
La coordinazione digitale tra professionisti dipende da regole concrete di condivisione e controllo dei dati da parte del paziente. Il mio spazio salute consente all’utente di autorizzare o bloccare l’accesso ai professionisti, di mascherare documenti e di regolare l’accesso in situazioni di emergenza.
Questi parametri non sono aneddotici. Un documento mascherato dal paziente può creare un’area cieca clinica per il professionista successivo nella catena di cure. Al contrario, un accesso troppo ampio espone informazioni sensibili senza un beneficio terapeutico diretto.

La configurazione del mio spazio salute diventa quindi un atto di coordinazione a tutti gli effetti. Una rete sanitaria performante integra questo tema nei suoi protocolli: chi informa il paziente delle sue opzioni di condivisione, a quale momento del percorso, e come il professionista verifica di avere i documenti necessari prima di una consultazione.
Interoperabilità dei documenti sanitari
Lo scambio di dati tra professionisti si basa su standard di interoperabilità (quadro FHIR, sezione documentale dell’ANS). Senza questi standard, ogni software di settore produce documenti in un formato proprio, illeggibile dal sistema vicino. L’interoperabilità tecnica condiziona la continuità informativa del percorso.
Una rete può disporre dei migliori protocolli clinici: se la relazione di ospedalizzazione non arriva nel software del medico di base prima della consultazione di follow-up, la coordinazione rimane teorica.
Pertinenza delle cure e percorso del paziente: superare la logica di atti isolati
Le ARS hanno una missione regolamentare di supporto al miglioramento della pertinenza dei percorsi. L’ente regionale per il miglioramento della pertinenza delle cure (IRAPS), definito dal decreto n° 2015-1510 del 19 novembre 2015, si riunisce due volte l’anno e contribuisce all’elaborazione del piano di azioni pluriennale regionale (PAPRAPS).
La pertinenza non si limita alla domanda “questo atto era necessario?”. Riguarda la coordinazione dei molteplici attori attorno al percorso di salute, incluso il paziente e il suo entourage, i dispositivi sanitari e sociali. Un atto pertinente realizzato nel momento sbagliato del percorso, o senza trasmissione dell’informazione ai successivi intervenenti, perde parte del suo valore.
Il piano di azioni regionale guadagna in efficacia quando si basa su dati di campo riportati dai professionisti delle cure primarie. È il ciclo più difficile da chiudere: far risalire le rotture di percorso osservate in ambulatorio verso le istanze di pilotaggio territoriale, poi tradurre queste osservazioni in protocolli operativi.
Migliorare un percorso di cure non si decreta da un’istanza regionale. La qualità del percorso si gioca a ogni transizione tra due professionisti, a ogni telefonata che va a buon fine o meno, a ogni documento condiviso o trattenuto. La rete performante è quella in cui il paziente sa chi chiamare, e dove il professionista sa chi ha visto il paziente prima di lui.



